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Internet in ufficio è una questione privata!

Toquir Chouri non può essere licenziato perché non ha commesso alcuna violazione. Ormai Internet è diventato l’equivalente del giornale o del telefono, una combinazione tra comunicazione e informazione che è entrata a far parte della vita di tutti i giorni. Al massimo nei confronti dell’impiegato è ammesso un rimprovero.

Questa è la sentenza, definita storica, del giudice amministrativo che negli Stati Uniti è stato chiamato a risolvere il caso di un impiegato del Dipartimento per l’Educazione di New York. Il lavoratore in questione era stato licenziato dai suoi superiori a causa dell’abuso che faceva della Rete. Rivoltosi alla legge, questa si è pronunciata totalmente a suo favore. Toquir Chouri non poteva essere licenziato perché non ha commesso alcuna violazione.

Ciò che stupisce è che Internet per la prima volta viene considerato alla stregua degli strumenti di lavoro più utilizzati, ovvero il telefono e il giornale, e questo costituirà un precedente giuridico per altri casi simili. Da oggi in America, un’occhiata alla posta elettronica, uno sguardo alle ultime notizie o una sbirciata ai siti preferiti durante la giornata lavorativa, diventano scontati e ben accetti come lo sono una telefonata a casa o una sfogliata al quotidiano appena comprato.

In Italia sull’argomento una regola precisa ancora non esiste. Fino ad oggi l’argomento è stato trattato più volte in ambito giuridico ed ha avuto sempre sentenze diverse a seconda della discrezionalità del giudice che lo trattava. Sono due i dati che emergono. Il primo è che la politica interna di una società sull’utilizzo della Rete deve essere ben chiara ai suoi dipendenti. In secondo luogo utilizzare Internet durante l’orario di lavoro non può comunque essere motivo di licenziamento a meno che durante la navigazione non si commettano reati penali consultando per esempio un sito pedopornografico. Non solo, secondo una recente sentenza del Garante per la protezione dei dati personali, al datore di lavoro non è neanche concesso di controllare la navigazione internet del suo dipendente.

Non è ammesso spiare l’uso dei computer e la navigazione in rete da parte dei lavoratori, sono in gioco la libertà e la segretezza delle comunicazioni e le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori. Occorre inoltre tener presente che il semplice rilevamento dei siti visitati può rivelare dati delicatissimi della persona: convinzioni religiose, opinioni politiche, appartenenza a partiti, sindacati o associazioni, stato di salute, indicazioni sulla vita sessuale”.
Questo il commento di un componente del Garante, al quale si era rivolto un addetto all’accettazione di una clinica, licenziato anche lui come Chouri per aver navigato in internet. In questo caso però il datore di lavoro aveva allegato alla contestazione disciplinare un documento che mostrava i file temporanei e i cookies del suo dipendente. Questi, mostrando una navigazione in siti web a contenuto religioso, politico e pornografico, facevano emergere informazioni sulla sua vita personale, informazioni che il datore di lavoro non aveva il diritto di trattare senza il suo consenso.

Internet è dunque una questione privata che può entrare in ufficio. D’altro canto sono moltissimi gli italiani che durante l’orario di lavoro lo utilizzano per usi personali. I datori di lavoro si lamentano non solo per la perdita di tempo, ma anche perché durante questo utilizzo, secondo una recente statistica, si presta meno attenzione, rispetto ad una navigazione casalinga, ad evitare o a risolvere problemi che possono riguardare per esempio la minaccia dei virus. E’ ciò che emerge da una studio di Trend Micro. Gli intervistati giustificano questa mancanza di cautela affermando che in ufficio esistono software per la sicurezza che in casa non hanno, inoltre in caso di problemi possono rivolgersi al dipartimento IT. In pochi hanno confessato di essere meno prudenti semplicemente perché il computer non è loro.

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